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18.08.18 VISITA ALLO CHATEAU HAUT-BRETON LARIGAUDIERE A SOUSSANS. I VINI DELLA RIVE GAUCHE.

La Rive Gauche.

In Francia, quando si parla di “Rive Gauche”, ci si riferisce, per antonomasia, alla porzione della città di Parigi situata sulla riva sinistra della Senna. Però esiste anche un’altra Rive Gauche, che pur non avendo il fascino di quello che forse è il distretto bohemien più famoso del mondo, è comunque arcinota, soprattutto fra gli appassionati di vino: parliamo della Rive Gauche di Bordeaux.

La “riva sinistra”, in quel di Bordeaux, è la lingua di terra che costeggia il fiume Garonna fino ad arrivare al punto in cui questo si congiunge con l’altro grosso fiume della zona: la Dordogna. Proseguendo verso l’Atlantico, i due fiumi, per l’appunto, si uniscono e formano l’estuario della Gironda.

La cosiddetta “rive gauche”, prosegue quindi anche lungo l’estuario, per tutto il tratto che comprende Médoc e Haut-Médoc. La lista dei paesi e delle relative appellations è importante e comprende, solo per citare i più importanti, Margaux, Saint-Julien, Pauillac, Saint-Estèphe.

Margaux.

Prima di parlare dello château che abbiamo visitato, sulla rive gauche nei pressi di Margaux e del vino lì prodotto, vorrei aggiungere che, se capitate da quelle parti e vi venisse voglia di passare dal paese di Margaux (attratti dalla fama del celebre château omonimo, tanto per dire…), potreste aspettarvi di trovare un borgo con il centro costellato di cantine e di enoteche, sullo stile di quello che potreste trovare sulla “Rive droite”, a Saint-Émilion ad esempio.

Ebbene, non è così. A Margaux c’è solo un grosso ristorante, che fa anche da bar, e da vetrina per i principali châteaux della zona. Poi il paese in sé non è particolarmente pittoresco, al di là del fatto che quasi tutte le persiane sono dipinte di turchese. Delusi? Beh, forse un pochetto; considerando la fama degli châteaux nei dintorni e dei “vinoni” che lì vengono prodotti… ci aspettavamo qualcosa di meglio. Ma, se dovesse capitarvi di passare da Margaux, non vi fate scoraggiare dal paese! Proseguite invece sulla celebre strada del vino, alla ricerca dei numerosi châteaux della zona che hanno contribuito a creare una appellation mitica.

Pauillac.

Magari, allora, potreste farvi venire in mente di fare un salto al vicino e altrettanto noto paese di Pauillac, nella cui AOC sono compresi ben 3 (su 5) châteaux premiers crus della famosa classifica Médoc del 1855 – Latour, Lafite Rothschild, Mouton Rothschild – oltre a tutti gli altri deuxièmes, quatrièmes e cinquièmes crus. Quindi, stiamo parlando di una zona che, a tutti gli effetti, costituisce uno dei gotha dell’enologia mondiale: vini blasonati, prezzi stellari, compratori da tutto il mondo che rilanciano da Hong Kong, Macao, New York e così via.

Ma per quanto riguarda il paese di Pauillac, temo che anche qui potreste rimanere un po’ delusi. Quando ci siamo passati io e Sara, sembrava che tutti gli abitanti del paese fossero stati rapiti dagli alieni. In effetti, però, il supermercato di Pauillac è molto consigliabile, soprattutto in estati molto calde come quella passata, in quanto provvisto di un sistema di condizionamento a prova di pinguino. Brrrrrr….

Ma quindi non vale la pena di andarci su questa famigerata Rive Gauche di Bordeaux?

No, anzi, vale assolutamente la pena. Infatti, anche se i paesi della Rive Gauche sono meno strutturati a livello di ricezione turistica di quelli della non lontana rive droite, i veri protagonisti di questa zona sono proprio gli châteaux. Ah, dimenticavo di dire che anche le campagne della rive gauche sono curatissime; sembrano tenute con la riga ed il compasso e restituiscono l’idea di gente che tiene molto a quello che possiede (sia esso un fazzoletto di terra o un mega château). L’impressione però, è che i francesi, per lo meno in questa zona, abbiano una cura particolare anche per ciò che è pubblico e quindi di tutti. Proprio come in Italia… (e ora potete pure mettervi a ridere).

Château Haut-Breton Larigaudière.

Arriviamo finalmente a parlare di questo piccolo château (per quanto possa essere piccolo uno château in Francia), che abbiamo visitato la mattina del 18 Luglio: lo Château Haut Breton Larigaudière.

Château Haut-Breton Larigaudière

Lo château, che si trova sul territorio della AOC Margaux, ed esattamente nel paesino di Soussans, dispone di una superficie vitata di 15 ettari, e produce due vini di “assemblaggio” ed un vino monovitigno, il “Le Createur” a base di solo Cabernet Sauvignon. I terreni dello château sono vitati a 85% Cabernet Sauvignon, 10% Merlot e 5% Petit Verdot. (Poi non è detto che le percentuali negli assemblaggi dei vini rispettino queste proporzioni). Il suolo è ghiaioso, con quella composizione ideale di sabbia ed argilla che permette di trattenere il calore e di drenare l’acqua in eccesso (perché da queste parti, piove un bel po’).

Il primo vino dello château viene prodotto con una vinificazione tradizionale, una macerazione di 3-5 settimane sulle bucce e a cui seguono un affinamento in acciaio di circa 12-15 mesi e il successivo affinamento in barrique (che sono nuove dal 50% al 70% dei casi) da 18 a 24 mesi. Parliamo di uno château con una produzione complessiva di 44.000 bottiglie, anche se la famiglia De Schepper – originaria di Gand in Belgio – possiede altri due châteaux a Saint-Émilion e altri due nel Médoc e quindi ha a disposizione un vero e proprio gruppo di châteaux con una potenza di fuoco totale di 52 ettari.

La visita:

Si capisce subito, che pur essendo piccolo, ed essendo uno château classificato “solo” come Margaux Cru Bourgeois, la proprietà (passata in mano della famiglia De Schepper nel 1964) ha deciso di investire molto sulla parte relativa alla visita guidata. Mi viene da pensare che per un qualsiasi château meno blasonato degli altri grandissimi châteaux di questa zona, sia una scelta in qualche modo obbligata curare il più possibile il marketing.

Trovare una formula utile per farsi conoscere ed emergere tra i molti châteaux più “normali”, appartenenti alla classificazione Cru Bourgeois, diventa cruciale per sopravvivere. Poi, considerando che i visitatori, in generale, difficilmente se ne vanno dallo château a mani vuote, è anche un modo perfetto per unire l’utile al dilettevole, cioè per recuperare un po’ dei costi connessi ad avere una persona che si dedica a tempo pieno alle visite, facendo pagare 20 euro a capoccia per il disturbo.

I punti forti:

Non potendo puntare sull’effetto “grandeur” (quindi: grandiosa vigna, grandiosa sala dei tini in inox, grandiosa cantina con la mano del grandioso e non proprio economico architetto famoso oltreché grandioso), perché questa è una cartuccia che possono sparare solo châteaux più grandi e con più disponibilità finanziaria; lo Château Haut-Breton Larigaudière, propone una visita particolare.

Un assaggio direttamente dalle barrique delle 3 principali tipologie di uve coltivate nello château: Cabernet, Merlot e Petit Verdot, a cui segue la degustazione dei principali vini prodotti nello château già pronti alla vendita in bottiglia.

Château Haut-Breton Larigaudière degustazione alla barrique

Il vino:

È stato interessante assaggiare questi tre vitigni separatamente ancora in barrique. Infatti, queste sono in assoluto le tre varietà più utilizzate per il taglio bordolese sulla “rive gauche”. 

Il Cabernet Sauvignon, con le sue spigolosità, le sue durezze e le sue asperità, che naturalmente erano ancor di più in evidenza nel vino ancora in fase di “élevage” in barrique.

Il Merlot, con la sua morbidezza, la sua alcolicità, i suoi zuccheri potenti.

Ed, infine, il Petit Verdot, uva difficilissima da far maturare, un po’ come il Cabernet, perché ha bisogno di annate calde e senza pioggia, ma che poi rappresenta un ottimo “collante” nel blend.

La degustazione:

Per quanto riguarda il primo vino degustato, abbiamo assaggiato un 2011 che si chiama proprio come lo Château: Haut-Breton Larigaudière.

Mi è sembrato un vino elegante, di un rosso rubino intenso, impenetrabile, carico. Nel bouquet dominano la frutta rossa e la vaniglia, ed è certamente un “Margaux” in tutti i sensi, dove il legno assume un’importanza fondamentale e tutta l’alchimia e l’equilibrio del vino dipendono da come è usata la barrique e da come questa si innesta senza sovrastarli con i profumi e gli aromi varietali dei vitigni che costituiscono il blend. In bocca risultava ampio ed avvolgente, con tannini ben levigati e ancora fresco nonostante la potenza.Château Haut-Breton Larigaudière la degustazione

Considerazioni finali:

Cosa ci manca per essere il Bordeaux? Mah, forse gli château? Anche se in Italia, in tutte le regioni, ci sono certi “castellozzi” che farebbero al caso nostro. Per non parlare dei paesini, che sono all’altezza dei bordolesi, anzi pure meglio.

Al di là delle boutade, vorremmo però evitare di utilizzare questo spazio per incoraggiare delle querelle di stampo campanilistico che lasciano il tempo che trovano e che vanno molto bene al “bar sport”.

Proviamo quindi a limitarci a quelli che sono i fatti; il Bordeaux arriva a produrre circa 700 milioni di bottiglie annue, ma solo una piccolissima parte di questi sono top wine. Gli altri sono vini di fascia media (ad esempio il Cru Bourgeois che abbiamo assaggiato).

Magari anche buoni vini, bevibilissimi, che però hanno grande mercato soprattutto grazie al “Marchio Bordeaux”.

Infatti, quello di Bordeaux è un vero e proprio marchio che potrebbe essere paragonato al “brand” Coca Cola o a quello di qualsiasi altra grande multinazionale. Dietro a questo marchio, come dietro a quello di Champagne, c’è il lavoro straordinario di centinaia di produttori, consorzi, istituzioni. E, soprattutto, la tradizione, secolare, che ha contribuito, anno dopo anno, a ficcare nella zucca del consumatore che Bordeaux è sinonimo di qualità, di vino prestigioso. In pratica che se bevi un buon Bordeaux, puoi ritenerti a ragione un gran figo.

In Italia ci sono aree, come per esempio le Langhe, il Chianti, la Franciacorta, il cui nome costituisce già di per sé un “brand”.  Forse nel nostro caso, siamo ancora più rappresentati da certi nomi di vini che fanno da brand per un’intera area o per una determinata filosofia produttiva: Barolo, Barbaresco, Amarone, Brunello…

Chi scrive, è convinto che esistano vari modi per consolidare un “marchio”, tutti benvenuti: marketing, eventi, coinvolgimento di enti, istituzioni, piccoli e grandi produttori. In Italia c’è un grande patrimonio di competenze ed una qualità altissima del “saper fare”, volendo. Bisogna però fare tanta fatica per organizzare e coordinare queste risorse, e penso che chiunque abbia provato a fare queste cose in Italia, capisca esattamente a cosa mi riferisco.

Però c’è una cosa che a mio modo di vedere è quella più importante di tutte per “consolidare un marchio”.

Continuare a fare un vino buono, molto buono, possibilmente eccezionale. I danni che una bottiglia non soddisfacente di Barolo può causare al marchio “Barolo”, sono incalcolabili. In questo bisogna prendere esempio dai francesi. Può capitare di assaggiare un Bordeaux non eccezionale, soprattutto al consumatore che non è ben orientato e guidato, ma è difficile trovare una bottiglia inaccettabile.

Se vogliamo davvero che i “marchi” Barolo, Barbaresco, Amarone, Brunello, & Co. siano sinonimi di vini eccezionali, bisogna evitare di mettere sul mercato bottiglie di questi vini ordinarie e mal riuscite. E purtroppo, non so a voi, ma a me è capitato di avere qualche piccola-grande delusione bevendo qualche piemontese alla recente festa del vino ad Alba del 30 settembre che era molto grande dall’etichetta, e molto piccolo nel bicchiere.

Posted on: Ottobre 31, 2018, by :